Bruno Danovaro è un nome che magari ai più non dice molto, ma nelle 13 lettere che compongono il suo nome è racchiusa un’importante fetta di storia dello sport italiano. Questo perché Danovaro rappresenta la storia della pesistica e degli sport da combattimento italiani, con una carriera sviluppatasi al di qua e al di la dell’oceano e ricca di soddisfazioni. Parlano per lui i 527.5 chili sollevati su panca orizzontale nel 1996 a Londra, o l’ingresso nella “Hall of fame” delle arti marziali avvenuto nel 2006 a Siviglia. Inoltre l’uomo Danovaro si è dato molto da fare anche al di fuori della palestra o del tatami, con una profonda lotta al doping in ogni sua forma, fatto questo che gli è costato immani sacrifici e scontri (anche fisici) con i vari pusher che riempivano le palestre di schifezze più o meno pericolose. È dunque un piacere parlare di sport con un uomo del genere, e questo è il risultato dell’intervista gentilmente concessaci:
LIHG: Salve signor Danovaro, innanzitutto complimenti per la sua carriera ricca di successi. Per lei sport è più che mai sinonimo di sacrifico, visto che interpreta al meglio il concetto si self-made man (ricordiamo che Danovaro è andato negli Stati Uniti e partendo da poco si è costruito una grandissima carriera nda), cosa si sentirebbe di dire ad un ragazzo che magari arrivato ai 20 anni decide di smettere con l’hockey ad esempio per le lunghe trasferte o perché ha altro per la testa?
Bruno Danovaro: Secondo il mio modo di pensare il discorso va interpretato così: una persona pratica sport perché gli piace, e specialmente se gioca in una squadra dovrebbe essere più che mai coinvolto nella sua attività. Più uno sport richiede sacrifici, più grandi dovrebbero essere le soddisfazioni che da esso derivano, e in una società come quella italiana dove scegliere la strada più comoda e conveniente è quasi sport nazionale, dovrebbe essere una fortuna quella di giocare in una squadra di hockey per un ragazzo. Quindi se uno ci crede davvero lo sport deve essere al primo posto, senza pensare al guadagno o ad altro, ma solo traendo soddisfazione dal sacrificio.
LIHG: Lei ha passato molta della sua vita all’estero, per valorizzare le sue grandi capacità atletiche, ed è diventato certamente un personaggio famoso negli Stati Uniti. Molti giovani ragazzi italiani stanno raggiungendo le high school o i college statunitensi o canadesi per giocare a hockey ad alto livello. Quanto è utile alla crescita di una persona una scelta di questo genere?
BD: E’ fondamentale. Il fatto di abituarsi a confrontarsi con persone al di fuori dei propri confini crea una mentalità adatta a confrontarsi con il nostro mondo ormai globalizzato. È una scuola di vita futura, un rodaggio per abituarsi al mondo del lavoro estremamente utile.

LIHG: Lei ha sempre praticato sport di contatto o di forte impegno fisico, come ad esempio è l’hockey su ghiaccio. Che valori trasmettono questo genere di sport? Perché sono più propedeutici rispetto ad altri?
BD: Partendo dal concetto che ognuno deve fare quello che è più adatto al suo fisico e alle sue volontà, credo che uno sport di contatto sia meglio perché risvegli molte caratteristiche di ogni uomo. Ed è meglio che queste caratteristiche vengano sviluppate e allenate nel complesso di una squadra o di una palestra, che ad esempio sui marciapiedi di una strada.
LIHG: A proposito di questo, quanto è difficile, se lo è, mantenere il completo controllo della propria forza nella vita di tutti i giorni? È capitato ad esempio che qualche pugile abbia avuto qualche uscita infelice perdendo il controllo dei suoi pugni, tanto per dirne una.
BD: Io ho lavorato anche con dei ragazzi con grossi problemi che si sono affidati alla strada, e devo dire che tutti hanno capito che se uno sport è fatto seriamente e con impegno fa dimenticare certe velleità. Normalmente la fatica che si fa in palestra o su un campo da gioco svuota la persona dal bisogno di comportarsi male al di fuori dell’attività sportiva.
LIHG: La sua battaglia più importante è stata ed è certamente quella contro il doping, che le ha fatto ricevere importanti onorificenze. Secondo la sua esperienza come mai una persona è spinta a distruggere tutta la sua fatica per una banale vittoria o un record effimero?
BD: Forse perché le persone non si accettano per quello che sono. Nel mio sport, il combattimento, bisogna fare sacrifici enormi per qualsiasi risultato, ma mi è capitato di vedere dei ragazzini mandati a combattere imbottiti di farmaci per resistere al dolore o recuperare rapidamente le forze. Se invece tutti accettassero anche di avere dei limiti e che una sconfitta nell’ambito sportivo può starci sempre non credo che il doping sarebbe così diffuso. L’unico atleta vero è quello pulito da qualsiasi sostanza.
LIHG: Ci racconta in che modo segue l’hockey e quali sono i valori di questo sport che le piacciono di più?
BD: Anni fa avevo presenziato a qualche partita dei Devils di Milano, in seguito a degli inviti, ma comunque mi piace molto seguire il Campionato NHL su Sky. L’hockey, come il rugby o il football americano, lo reputo un magnifico sport di squadra, nel quale ci sono dei valori unici: ogni contatto durante la partita diventa una scusa per diventare amici al termine del match, le squadre si disputano la vittoria con correttezza e infine andare ad una partita di questi sport è una festa, non una guerriglia urbana come succede in altri casi in Italia…